mercoledì 2 marzo 2016

CONVERSAZIONE CON SCHUBERT

Conversazione con Schubert



Schubert è un signore alto, dal corpo assai snodato, che cammina al mio fianco (passeggiamo insieme) e muove le gambe in modo particolare, lanciandole in avanti e quasi ciondolando il busto sopra la camminata energica. Indossa una giacca di fustagno, niente affatto elegante e un poco antiquata, diciamo una giacca anni Cinquanta, e ha in testa un cappello di feltro del tipo Borsalino, portato più sulla nuca che sulla fronte. Ha l’aria e l’andamento dell’artista, non c’è dubbio. Io non so che lui è Schubert, e anzi dapprima non mi sembra affatto sospettabile che possa essere addirittura Schubert, tuttavia so che è un musicista, mio amico direi, anche se non proprio intimo, forse un amico di recente data. Passeggiamo sotto un portico, io e Schubert, forse sotto un portico bolognese. Parliamo. Di che cosa? Parliamo d’arte, ovviamente, e anzi parliamo sopra tutto di musica. Parlo di piú io, a dire il vero, lui mi ascolta, acconsente muovendo la testa e sorride. Potrebbe avere la mia età, forse anche meno... Mi è simpatico, quest’uomo che io (ancora?) non so se sia Schubert. Lo capisco, lo immagino, lo presumo – che si tratti proprio di Schubert – solo quando ascoltiamo insieme, passeggiando, un brano della Rosamunda (l’opera lirica, dico, non il quartetto per archi) e io, per adularlo, perché mi è simpatico (lui, il mio quasi-amico), canticchio tra me e me un’aria di quel brano, ma lo faccio in modo che lui possa ben sentirmi; e dato che so (ovviamente) che quell’aria viene dalla Rosamunda e dunque che, venendo da lí, è proprio decisamente di Schubert, e anche che io la canticchio per adulare il mio compagno di strada, per fargli sapere che io conosco e apprezzo la musica che lui ha composto, da tutto ciò finalmente deduco che sto passeggiando con Schubert. O quanto meno lo spero... e altresí lo dò per scontato, come per un atto di volontà, come per appagare un forte desiderio. Insomma so che lui deve essere per forza Schubert. E anche un’altra persona che cammina insieme a noi (prima non l’avevo notata, forse se ne stava un po’ in disparte) mi conferma che deve trattarsi proprio di Schubert, perché vedo che cerca di farmi intendere, con qualche occhiata significativa, che si tratta di un musicista molto importante; ossia capisco che questa terza persona è un poco scandalizzata del mio conversare quasi da pari a pari con quell’uomo, a cui io dò sí del lei, ma senza nessuna speciale deferenza, ossia parlando tranquillamente con lui come potrei parlare con un musicista che apprezzo e che tuttavia reputo un mio amico, un mio coetaneo, e senza pormi il problema che quel musicista, quell’uomo, appartiene (oltre tutto) a un’altra epoca e non alla mia. Però Schubert è vestito come me, ha una bellissima tenuta (d’abiti e di modi) che mi pare vagamente dandy, si rapporta a me con amicizia e presta grande attenzione a quel che dico. Proseguo dunque imperterrito nella mia conversazione – Schubert o non Schubert – e, giunti entro una sorta di piccolo cortile di palazzo nobiliare, un minuscolo parco molto mal tenuto, quasi un prato di mezza collina, con cespugli selvatici e ciuffi d’erba troppo alti, io espongo francamente al mio amico una mia riflessione, o, per meglio dire, una mia perplessità.
Quel che chiedo a Schubert è di fornirmi ragguagli circa un dato che mi ha sempre lasciato incerto, esitante, dubbioso, qualcosa su cui mi sono interrogato, pensando piú che altro a Bach, ma in fondo pensando anche a lui, a Schubert, e cioè gli chiedo di dirmi quali siano le ragioni che spingono un musicista a ripetere, tali quali, in punti diversi della propria opera, “arie” o “motivi” che si ri-presentano a distanza – in modo pressoché identico – in due luoghi differenti di un medesimo testo musicale, magari prima nell’allegro inziale e poi nello scherzo, e tutto ciò senza variazioni che non siano di semplice arrangiamento strumentale... Ecco, infatti, che nello scherzo ritorna, per cosí dire in modo preciso e puntuale, quel bellissimo motivo che era nell’allegro, saltando (naturalmente) l’andante con moto, per esempio; e torna a recare gioia, la gioia che è tipica della musica, che dipende proprio dal fatto che in musica “una cosa viene sempre dopo l’altra”... Tuttavia, per il timore di essere frainteso, mi faccio anche premura di precisare che sotto la mia curiosità (di profano) non si nasconde alcuna critica, positiva o negativa, nessun sospetto, e ancor meno qualche forma di giudizio in senso stretto. Sorridendo e precisando – che non ho riserve su tali ripetizioni, che anzi mi piacciono molto, e che l’effetto su chi ascolta, ad esempio nel caso di quell’opera che gli dico (non so quale), è assolutamente emozionante, splendido, entusiasmante – gli chiedo insomma di chiarirmi se per il musicista si tratti di pura economia, di una specie di tornaconto (per dirla in parole povere) nella complessa gestione del materiale ideato, il quale evidentemente non può essere “infinito”, oppure se non si tratti, piuttosto, di una scelta espressiva ben ponderata, del tutto voluta e perfino progettata, visto poi il risultato che ne esce, il quale, a mio modo di sentire, ma anche a modo di sentire (a quanto pare) di quasi tutti gli appassionati di musica bachiana o schubertiana, e non solo bachiana e/o schubertiana a dire il vero, è assolutamente emozionante, splendido, se non addirittura entusiasmante! Glielo chiedo sorridendo, per non apparire irriverente, consapevole della mia tracotanza (mentre parlo mi rendo conto di quanto audace sia la mia domanda), e temo che, nonostante il mio sorridere, Schubert possa rabbuiarsi, e magarsi pure adontarsi... Ma no, lui non si rabbuia affatto, non si adonta, sorride invece a sua volta, con un fare che trovo vagamente scaltro e anche sottilmente ironico, mentre pare riflettere prima di emettere la sentenza: a metà e a metà, dice; proprio cosí, a metà e a metà, perché è vera l’una e l’altra cosa, e cioè che si può riprendere un motivo già usato perché si sente e si sa che è bello, che piacerà al pubblico (udirne la ripetizione) come piace al musicista che – inserendo tale ripresa nella sua composizione – per primo la ode e la apprezza, dacché in fondo la musica è fatta anche di questo, di ripetizioni che suscitano il piacere del riconoscimento, la soddisfazione del ritorno e della Sehnsucht (dice proprio Sehnsucht) appagata; ma anche lo si può fare, e spesso lo si fa, ovvero si riutilizza un motivo musicale ripetendolo, per sopperire alla difficoltà estrema di produrre continue invenzioni, per evitare la fatica del rinnovamento costante, dice Schubert, ancora sorridendo... E io penso – mentre lui parla – che in effetti io già la conoscevo quella risposta (a parte la faccenda della Sehnsucht da soddisfare), vale a dire inizio a ponderare il fatto che si tratta di una risposta ovvia, e che non è colpa di Schubert se egli ha dovuto, per pura sollecitudine nei miei riguardi, spiegare una cosa che a me stesso sembra (ora) del tutto autoevidente, e che è invece solo colpa mia – dico – se Schubert ha dovuto espormela ed esporsi cosí all’onta dell’ovvietà, poiché la mia domanda non è stata precisamente la piú intelligente che potevo fargli. Il mio silenzio imbarazzato, ragiono tra me e me, certamente gli farà capire che sono consapevole della mia sprovvedutezza, della mia semplicità, e diciamo pure della mia imbecillità, e gli renderà forse noto che lo so io pure che avrei svolto una parte migliore se avessi taciuto fin dal principio.


[2015]

   

sabato 29 ottobre 2011

SE NON SIA IN FURORE (1987)





1.

Ne ho cercato inutilmente il sapore, delizioso, tra vólti difformi e tutti uguali di una vana folla estiva giovanile. Troppo nitida o flut­tuante l’immagine, il ricordo, troppo “altra” la dimensione da cui lo traggo (per avvinghiarmici occultandolo in me stesso), troppo lon­tana, forse – l’immagine del sogno, geometrica e sfumata – per riprodurla quale pietra di paragone o scandalo: nello scandaglio di una presunta “realtà”, impallidita e vuota, acqua e solo acqua, de­ludente. Le figure scialbe, inconsistenti o eccessivamente dense e corporee (prive d’aura) delle candidate al fallimento, le mille figure in cui discende, acconsentendo, la promessa implicita e fraudolenta del piacere, le figure (in verità) della sua negazione, della sua piú “vera” irrealtà, sfavillavano nell’ordine a cui le costringe l’atten­zione, lo sguardo selettivo e di volta in volta concentrato: còlte e isolate tra gruppi promiscui tra gli alberi, e messe in riga come per la prova: senza resultato soddisfacente che non fosse, per contrasto, l’impreziosimento e dunque il miglior possesso (o consapevolezza) di quanto mi aveva spinto a tale assurda, e del resto involontaria, verifica.
I suoi capelli neri, lunghi e sottili, raccolti in boccoli un po’ bagna­ti, in ciocche fruscianti sul mio viso, mi lambivano irritandomi le palpebre, talora mi impedivano lo sguardo: e scendevano da un vólto sprofondato nella loro cornice, addolcendone, ai lati, la linea di contorno: la bocca dischiusa e vagamente ansante, le labbra (a sfiorare le mie labbra) umide, molli, carnose, scure. Lei raccolta su di me, piantata sulle braccia distese, sui pugni premuti di fianco alle mie spalle, bagnata in viso, rilassata e attenta, appena velata da una camiciola trasparente e ariosa, incapace d’eludere il tripudio della carne. Un fremito leggero delle anche, talora congelato in attonite movenze, in progresso (e ausilio a sostener lo sforzo di una lunga positura artificiosa), produce a piú riprese il contatto delicato, esterno, il tenue soffregamento – là in basso – e lo sfiorarsi appiccicoso: tra scatti brevi e intensi, solo virtualmente dediti a ricercare il movimento giusto e la finta che lo elude, il definitivo incontro: come per una sfida a prolungar l’attesa, assurda!, e ad accrescere con essa il desiderio che zampilla, sempre rigenerato per l’assiduo richiamo di un parziale e ripetuto bacio, a fior di labbra: parallelo all’altro (piú vicino, piú lontano, identico) che è metafora del primo. Le mie mani: un luogo inquieto, scendendo alterne lungo i fianchi, che trascinavano il tessuto trasparente nella loro risalita: scoperta e opaca nella penombra la pelle di gambe lisce e robuste, di cosce cospicue, saldamente connesse alla curva del dorso come un arco, di natiche assodate dall’incessante attrito controllato, pelle che si offriva a palme aperte: alle mie, per l’avventura di falangi sensitive.
Nessuna frenesia, nel ricordo, non ebbrezza alla deriva – ma la calma e la ricerca, l’attenzione estrema, fólle, per il singolo passag­gio, l’estasi e l’oblio, il senso (solo) desto a cogliere i piú remoti in­dizi; un fruscio, forse, di felicità. Lei sopra il mio corpo, a gambe aperte, tese le braccia, lo sguardo assente, perduto altrove: indo­mita esploratrice, insaziata mendicante di un contatto piú profondo e sempre eluso. Perfetta, dico, nella specularità perfetta di vólto e gesto: identico il richiamo, eguale la risposta; eguale, e parallela, la leggerezza del tocco, la stasi superiore del moto. E quella bocca se­michiusa a cercare la mia bocca, che scende e vi trasale, che lambi­sce e poi risale, che preme con la lingua labbra in fiamme; e vi lascia un succo caldo, senza sosta: intensità di gioia mai sperimentata, di un delirio consapevole, colmo d’echi e d’assonanze. E il corpo pie­no, scuro tra i capelli neri, modellato, ombroso, che grava e mi ac­carezza: come dimenticare... e come ricordare tutto ciò?
Immaginazione, presenza certa, piú reale del reale, totalità, asso­luto. Un solo palpito in tutto il mio essere, in un solo luogo... ma es­senziale, centralissimo: là dove l’altra sua bocca, dischiusa poco a poco, illanguidita e ormai protesa, si abbassava a sfiorare e, per brevissimo spazio, a risucchiare a sé: là lo spasmo radicale... là era tensione e ricaduta, inseguimento e resa, anelito allo stato puro, li­quido. L’umidità dei corpi suggellava (bagnando il ventre, le anche, i capelli) la sintonia della ricerca, l’unità della speranza: nella quale precipitavamo da altezze indescrivibili, e sprofondavamo delizian­doci in un’alcova d’oblio costruita per noi stessi. Ecco, la realtà, il dopo, impallidisce e svuota, si fa acqua e solo acqua; e sfuoca: delu­dente.



2.

...ciao le hai detto ciao lasciatala per via lasciatala cosí in un giorno a lungo preparato nella città soave ancóra per caparbio autunno e che sprigiona sole a lungo incamerato e che sprigiona prima tue memorie sole assorbite nelle pietre imprigionate per antica già esecrata inutilmente esacerbata consuetudine in filamenti di coscienza innestata nelle pietre in tali correlati oggetti di tua densa e lacerante consuetudine con altra donna altre donne altri fatti o ferite innominate innominabili memorie che ora tenti te infelice di negare di inghiottire come inghiotti la saliva e t’allontani e dici ti ritrovi pensando invece come sbavi i filamenti di coscienza che introietti come insulti e te ne vai lasciandola cosí a marcire la coscienza a marcire nel suo limbo di rimpianti lei che in un giorno a lungo preparato t’ha sentito dire ciao e s’è piegata su se stessa compresa nel suo grido silenzioso invece girato nel di dentro in sé compreso e riluttante a farsi voce invece a farsi udire a farsi corpo e grido di coscienza a vederti allontanare esacerbato dal rimorso ma deciso ma deriso da te stesso per aver puntato tanto come sempre come sempre già tutto risapendo per antica consuetudine il ritorno il fallimento le quinte sempre uguali quelle pietre...



3.

...ora tarda e suona e apri e accogli sbalordito lei che viene ino­pinata senza avviso e ride e piange e spiega ma tacendo ma men­tendo in inconsulta apparizione e prima ancóra s’arrovescia sul divano appena giunta e vuole esige condizioni patti chiari anzi implora e poi s’affida alla tua galanteria nell’attesa dell’ameno del momento di sicuro suo venire meno e per di piú confessa è stata in punto di aggredire un’altra volta il tuo peccato di galanteria in eccessivo zelo in inconsulto inopinato orgoglio tuo e tu e tu prendi via suvvia e prendi un’altra volta e cos’aspetti piú che sua sbalor­ditiva giunta in ora tarda senza avviso e allora ascolti e poni tutto sull’attesa del propizio del momento in cui l’azione è data per vin­cente e l’arrovesci sul divano e fotti e te ne fotti d’ora tarda della tua galanteria e ancóra attendi per produrre prima volta deliziosa un’altra volta e invece è proprio ora ch’ella vuole e nega e ti ripren­de per eccesso di tuo zelo nel carpire l’occasione da sfruttare da portare nel profondo nell’oscuro della stanza ed ecco spoglia strap­pa scuce sfila in alto le cerniere e t’aggredisce inopinata non attendi non l’aspetti t’aggredisce ovvía suvvia s’avvinghia nel profondo nell’oscuro della stanza e stratta e strappa e toglie non ti lascia no non ti lascia non il tempo di fiatare non concede la tua mano sulla coscia là in profondo la tua bocca la sua bocca e stringe e sfila i tuoi vestiti la sua mano non concede il tempo e t’arrovescia e corre là piú in basso sulle cosce e tu l’attendi ma non viene e tu l’attendi ecco viene e tu l’attendi e sei perduto...



4.

...la doccia dice infine è la tua doccia e ride mentre attendi la discesa si è calata si è tirata le coperte e ride e tu la senti mentre muovi che si muove là di sotto là da solo ecco tocca la sua bocca e tu la senti sí la senti un poco molle se si muove se ti grava le sue mani sulle cosce se ti stringe la sua bocca a tocchi brevi vellutati se ti prende se s’innalza a tratti brevi è una marea a pronti scatti nella bocca un po’ racchiusa e poi s’attacca non ti muovi e tutto lí s’innal­za e si concentra e tutto v’affluisce e si restringe ed è l’attesa ed è lo spasmo sovrumano nella bocca se in secca la tua bocca per l’attesa che concentra e non esplode e tutto sale solo se trapassa se affluisce se in secca è una marea a pronti scatti se esplode il sole la sua lama e ti trapassa nell’attesa non è attesa la sua lama t’arroventa là nel punto là di sotto a pronti schizzi prolungati a ritmi tratti e lo introduce nella bocca l’attira tra le labbra e non la vedi ma è caparbia nell’attesa e scende ancóra poi risale si concentra ed è tensione s’accanisce ed è dolore tu non puoi non ne puoi e chiedi il lampo la tempesta e il sole t’arroventa le parole a mozziconi che bisbigli che sussurri ed ecco giri e tutto ruota su se stesso la tua mano è tra le cosce ed ecco gira non ti molla e cogli il succo un tocco breve ed è piú intenso ed è piú flusso il tuo il suo il tuo s’innalza e tutto cede e tu sai che t’ha seguíto e senti il flusso il tuo il suo il tuo ed ella ride dice si rallegra sei sgomento del tuo sputo sulla bocca sulla fronte tra i capelli ed ella ride dice si rallegra sei felice...



5.

Tu, accidiosa, ironica, preveggente, a mostrar tuo limite diligentemente accorta, carezzevole nel tono della voce, ridanciana poiché soddisfatta da una rivincita non facile a ottenere, trionfante vendicatrice di te stessa, pronta a infliggere nuove punizioni, consapevole e orgogliosa per tua consolazione di quanto poco credito (o poco onore) riscuotesse la perfezione tua d’allieva ligia a’ professori, e pertanto sforzandoti di non curar di loro, di lui, di chi incarnasse allora l’insolente strepitoso modello d’enfant terrible e generale mascalzone a puntare piedi su sregolatezza, sull’improvvisazione, sulla mancanza di ritegno, di misura, nel disprezzo di tutto ciò ch’è studio conforme a indicazioni superiori (ossia scolastiche!), ma in verità stregata, punta a morte, quasi genuflessa e bisognosa di riscatto, ammiratrice silenziosa per tuo danno e giocoforza di colui che t’umiliava, esclamasti: – Te l’avevo detto!..., con lo sguardo e il subitaneo gonfiarsi di tue penne metaforiche, in tutto il corpo, nei vestiti ancora onesti e provinciali (da bambina di famiglia, da vessillo reazionario di universitaria ancora seria negli anni di rivolta), senza muover labbro eppur raggiante, paffute le tue gote appena colorate, sorridente e bonaria, quasi (per ripicca e a incrementar lo scorno) comprensiva, già materna! Mater erroris et remissionis, avvolgente mare di bontà fittizia grande porto del riposo e della cura, consolatrice degli affanni e premio già promesso per gli audaci: – Ebbene, accoglimi prendimi, trattienimi, aiutami... si pensava al sol vederti, compresi nella luce del tuo campo, e tali auspici, immaginati a te inimmaginabili, li avevi certo messi in conto a tua scaltrezza tesa anzi a cogliere il momento, dedita alla posta (cacciatrice in guardia nel meandri d’ateneo): persuasa di poterli, a giusto tempo, stimolare, e procurare... quando rifulge la tua stella, la tua ora, il giorno del riscatto, dopo spregi e sufficienze, quando tu, diabolo che i peccatori abbrucia, regina che schiacci sotto il piede l’altrui supponenza, infine, ecco vinci, e tendi – solo allora – una mano salvatrice, a dita leggermente ripiegate: – Te l'avevo detto!..., e intendi dire che il potere la guadagna sull’orgoglio, che non v’ha scampo per gli ingenui, ne scampolo di gloria, e tanto meno pei ribelli, che lui, l’incarnazione provvisoria del potere, avrebbe piegato la schiena a chi, per il solo non piegarsi, ti umiliava: fanciulla tracotante, albagiosa, viziosissima, adusa a primeggiare, a sgargiare nel colore, sorridente, compresa in rappresentazione del tuo ruolo, di perpetua dea felice, di donna priva d’incertezze: assuefatta a mascherarti, quindi, non solo con belletti, ma ad ascondere e mistificare per conquidere, per vincere... e tuttavia già parata in prefigurazione (o in losco piano) a cangiar la veste, delibando in desiderio il momento metamorfico, l’abbandono successivo, il vasto voto della tua disposta epifania, allorché – smessa l’arroganza, l’altezzosa e finto-umile aura di bontà, nonché spuma tua di mater derelitti, e di praecipuum premium victis – ti saresti a tuo turno (di tua sponte) consegnata, lagrimosa e sfatta, a confessare un’infelicità completa...: là dove, per contrasto necessario, e ancor prima d’abominevoli palagi di nipponica orrorifica allucinazione, fioriva, irrorato dal tuo pianto (oh, sì!) il primo bacio: l’umido contatto, tra morbidezze velo-palatali, di niente e niente, carne e carne, in concorde e accetta tregua, per la disposizione che trovasti, una volta nella vita?, in te stessa e in chi ti fronteggiava a garantire un grado zero, un’iniziale provvida asseverazione di verginità voluta, mentita, caparbiamente istrutta – e in ciò tanto più reale – nello svuotamento di corpi esausti dall’infinita congerie esperienziale della loro formazione...



6.

La fiamma rossastra che esplode nella miriade di frammenti colorati o in ignei coriandoli, come scolpiti in una loro eternità d’istante – come per il lampo che è luce e scintilla infinita, in un lampo: totalità parziale e precarietà assoluta – e il silenzioso suo sbocciare nell’attesa di un boato in ritardo, fragore superfluo e perciò, dico, fittizio, che potrebbe altrettanto non esserci... il silen­zioso, dunque, suo sbocciare dal nucleo profondo del fuoco in una corolla di chicchi di luce che s’apre come s’apre un fiore di carne se la stagione e l’umore ne invocano il dono – ed è fiamma anche quella, ed è fuoco che brucia, anche quello, e che illumina –: ricor­rente immagine, a me sempre cara, che trasogno nei miei stati di grazia: al momento d’esser rapito nel sonno o al risveglio, durante quell’accensione suprema dello spirito che segna il passaggio tra due mondi diversi, allorché le presenze dell’uno e dell’altro fondono insieme e la coscienza si fa piú appuntita per non essere del tutto presente a se stessa. Le immagini si impongono allora in tutta la loro purezza di eventi: non come oggetti creati o cercati o voluti, ma come fatti subíti, come nude rivelazioni, avvisi del vero e acca­dimenti tanto adeguati (necessari) quanto imprevisti.
Piú di una volta mi sono scoperto a riceverne i frutti in profluvio, l’abbondante messe dei significati, e a poterne decifrare il mistero con facilità, con vivace sentimento di gioia: come se là – nella chiu­sa visione di un attimo – fosse racchiuso tutto il senso di una vita, la mia, in una particolare e davvero brevissima sua fase, ma non per questo meno importante, meno essenziale agli occhi voraci del mio desiderio: in quanto ad essi e solo ad essi contemporanea. Ho visto un imbuto dalle pareti ugualmente rigonfie a metà del percorso, geometricamente formate come da una serie infinita di iperboli identiche, tutte innestate a un’unica ascissa centrale e sboccianti sulle ordinate radiali di un ipotetico cerchio. Mi chiedo se quella figura, da me vissuta come il tetto di un edificio protettivo e minac­cioso ad un tempo, avrà un nome e una formula, se sarà contem­plata nei libri esoterici di un algebra superiore... Si ipotizzi l’alku­waritz della rotazione a trecentosessanta gradi di un sistema carte­siano di cui si è mantenuto immobile l’asse verticale; e si ritenga che a livello bidimensionale la funzione iscritta nel sistema (a prescin­dere dalla rotazione dunque) risponda a una specie di detto sibilli­no: x = n/y. Quale sarà la funzione “totale”, capace di esprimere la trasposizione del risultato nello spazio? E come ha mai potuto la figura tridimensionale che la visualizza, questo monstrum, divenire oggetto e scena del mio sogno?
L’imbuto incombe di traverso, affluendo verso l’alto del suo fuo­co, come un gorgo rovesciato, come un maelstroem proiettato ver­so il cielo (se di cielo si può dire... nella notte e nella cappa immensa che esso crea), come un iperbolico fantasma di fluidità convergenti, che tutto prende e reca al proprio moto, che tutto invoglia in una legge d’incessante dinamismo: in una sparizione lenta e progressiva di quanto ci circonda, in un assorbimento (assurdo!) dentro il nulla senza uscite, senza sbocchi... come per una strepitosa eruzione alla rovescia, come per il ripristino dei vasi dopo la rottura, come per l’ineffabile implosione della materia in ciò che possiamo allucinare e dire: il grembo cosmico dal quale un giorno è scaturita. E dunque l’infinito grado zero creatore, il buco nero universale, il vuoto incredibilmente puntiforme che attende il nostro io oltre l’io, oltre sé, oltre me e la mia capacità di concepirmi, oltre il pensiero della mia perdita e al di là di ogni perdita medesima: nell’assoluto che non ammette opposizioni. Esso, con ogni probabilità, è metafora di quell’incontro con l’essere divino che da sempre ci aspetta al proprio varco, al varco nostro che è passaggio ed è riafflusso in ciò che è stato: estasi del ritorno e mistica del luogo originario, della donna in quanto vaso, in quanto mare, in quanto sesso. Golfo d’ombra verso cui siamo destinati e dentro cui, radiosi, ci lasciamo riassorbire: lasciandoci morire di una piccola diletta morte e di un grande spaventoso oblío. Ed esso è perciò sineddoche del coito, dell’esito in cui la mia visione sfocia perdendosi in un’altra: il fuoco d’artificio superiore, la fiamma aperta e frantumata nel tripudio del colore, il fiore acceso, bianco, variopinto, il flutto sprigionato e debordante dal suo luogo, il punctum conjuctionis del corpo con il corpo, e il sommovimento estremo che, in un colpo, sviscera la terra melagrana spaccandola di netto: tra l’acre odore del suo seno, in­candescente, e l’intenso brulicare delle api tutt’intorno.


                                                                   (1986-1987)

giovedì 13 ottobre 2011

DISCORSO DELL'ORIGINE


Discorso dell’origine



1.

Qualunque cosa sia all’inizio esplosa, sfera preziosa o ignobile informe garbuglio, occorre comprendere che non è “esplosa nello spazio” — di­ce la scienza — poiché al di fuori di essa non c’era (non c’è) nulla. Non c’era (non c’è) che il Nulla. Scienza positiva o metafisica? Come poter pensare a qualcosa di limitato che si dia, e poi si espanda, senza che al di là del suo limite ci sia (lo) spazio? L’universo è tutto, e tuttavia è limitato: si espande, si contrae... Allora non c’è soluzione. Bisogna pensare l’ori­gine come la parola “origine”, come parola dell’origine e come origine della parola (ossia del pensiero che la pensa). Questo occorre fare, nul­l’altro!
L’origine della parola origine, ecco il punto. Il punto iniziale, che all’i­nizio (per principio) non si dovrebbe nemmeno mai cercare di sondare. Giacché l’inizio — per principio — è sempre ininiziabile e indescrivibile (a posteriori). E la sonda è comunque troppo breve. Ma anche: l’origine della parola (e basta), poiché l’origine e la parola hanno la medesima ori­gine... sono (forse) la stessa cosa. Origo, da orior, sorgere, e — sia pure per un etimo subdolo, clandestino — da [os] oris, la bocca iniziale che produce l’essere, l’utero primigenio, il mare da cui la vita si genera, la vulva che (part)orisce la parola in quanto inizio e in quanto vita. Parola (par[ab]ola), origo, maris, eros... Se l’origine è all’inizio della parola (in principio erat verbum), allora essa è indicibile proprio perché la parola che l’origine origina non la può precedere o accompagnare, ma solo se­guire. Il “discorso dell’origine” si fa mera utopia.
Un solo dato può essere accolto come indiziariamente notevole: l’ori­gine è sita in oriente. Oriens, la bocca della nascita, il femminile coartato a luogo geografico. La voce latina è propriamente il participio di orior:  sorgere, alzarsi, levarsi, ma anche spuntare, mostrarsi e — per estensione — nascere, crescere, scaturire. Infine, cominciare, iniziare. Oriens è per metonimia il luogo da cui nasce il sole, la terra del sol levante. Ma è anche (in Virgilio, Eneide, V) personificazione del sole medesimo, ipostasi del dio — Fœbus — in una delle sue funzioni: colui che reca la luce, che dissolve o dissipa le tenebre: nella tradizione biblica Lucifero. Ora, se­condo la formidabile ipotesi di Isaac Luria (XVI secolo), la realtà non è che lo spazio vuoto lasciato dietro di sé da un dio che si ritira: spazio orfano e cieco, dunque, privato della presenza luminosa del significato. In un impressionante rovesciamento delle abituali categorie del giudizio, esso è notte, spazio privo di luce, tenebra profonda che attende da sem­pre la venuta del proprio Oriente.
Cosí — in tale prospettiva dal profumo palingenetico — l’origine è al tempo stesso ciò che deve essere stato e ciò che deve ancóra essere. E infatti: sarebbe piú lecito dire che l’origine ci attende, come un compi­mento dell’essere. Cioè che essa si colloca al termine della storia (del­l’umanità, del mondo) come una promessa da sempre formulata, e che al­l’inizio, all’origine, c’è solo quella sua già completa prefigurazione.
    Parola (par[ab]ola), origo, maris, eros... Oro [orare] e orior: la parola e la nascita si legano (se si legano) attraverso il luogo sovrano della bocca, recesso dalle mille accezioni e implicazioni, scaturigine di ogni possibile realtà. E’ la primitiva voce indoeuropea or [che in tedesco dà ur] ad agire qui, nel cuore [cor] della parola, per il tramite delle sue derivazioni, in sanscrito e piú ancóra in greco: όρος = il limite, il confine; ma ὀρός = il liquido seminale. Ed è appunto il limite [in latino: ôra] — cioè la barriera oltre la quale non si può procedere, ma anche il varco di trapasso, il dia­framma della nascita [ὅρος —> ὀρός —> ἕρως] o della morte, la soglia che separa l’essere dal non-essere — ciò che l’origine addita!
Stare nell’origine significa, in tal caso, avere la chance dell’esistenza: come nascita, come morte, come flusso dello sperma, come orgasmo, os­sia come presenza alla vita [ὀργή = agitazione, passione, ργιον = mistero orgiastico]. La bocca della Pizia [oraculum] si apre e parla solo dopo che il dio orientale Fœbus (Apollon) l’ha posseduta nell’ργιον e trascinata nello stato dell’ ὀργή. E la sua parola, in quanto parola-mistero (dell’origine), non di­ce e non tace. Come accenna Eraclito,

ὁ ἄναξ, οὗ τὸ μαντεῖόν ἐστι τὸ ἐν Δελφοῖς, οὔτε λέγει
οὔτε κρύπτει, ἀλλὰ σημαίνει.

«Il dio il cui oracolo è in Delfi non parla e non nasconde, accenna». «Me­dita su queste belle parole, e aggiungi che il dio di questo luogo si serve della Pizia per farsi ascoltare come il sole si serve della luna per farsi ve­dere. Egli manifesta e svela i suoi pensieri: ma li manifesta per tramite di un corpo mortale e di un’anima [umana], che è incapace di rimanere in quiete e di offrirsi immobile e salda al dio che la agita, anzi si muove essa stessa e si avvolge nelle sensazioni e nei moti che la sconvolgono come entro un mare in burrasca» (Plutarco, De Pythiae Oraculis). Quel cenno non è gesto, tuttavia; quel cenno, per bocca della Pizia, è ora(co)l(ar)e.
La bocca, allora: «Ma giacché sei tiepido, e non sei né freddo né arden­te, io comincerò a vomitarti dalla mia bocca» (Apocalisse, III). E’ la puni­zione assegnata al piú intollerabile dei peccati: l’ignavia, che è ritenzione del flusso, il contrario dell’ὀργή, e perciò drastica negazione della vita: a conferma ulteriore che la bocca è il luogo (simbolico) dell’origine... Vi è la grande bocca orientale del creato, la patria originaria di tutti i mistici­smi, il luogo magico che il Sole sceglie per rinascere; poi vi è la bocca da cui nasce la parola, l’origine della condizione umana in quanto tale (l’es­sere che è dotato di linguaggio, il linguaggio come dimora dell’essere); e vi è la bocca-vulva di cui ogni femmina è provvista per la genesi dell’indi­viduo. Essa è quell’origine del mondo di cui parla il celebre dipinto di Courbet, credo l’opera piú veritiera che l’Occidente abbia prodotto.
Se per Ficino «Amor nodus perpetuus et copula mundi» (Am-or, ancó­ra!), per Baudelaire le manifestazioni perdute dell’amore devono rinasce­re «d’un gouffre interdit à nos sondes» (l’abisso dell’origine, è ovvio) «comme montent au ciel les soleils rajeunis / après s’être lavés au fond des mers profondes». Tutta la scrittura di Baudelaire dice di una congiun­zione intuita tra lo slancio vitale (il flusso) che è spirito desiderante (af­fettivo, erotico) e l’origine come luogo al cui ritorno il desiderio per sua condizione si vota. Infatti, «natura di cose è lor nascimento» (G.B.Vico) e il desiderio (sessuale, ma non solo) è memoria impossibile di un luogo da sempre perduto e sempre promesso, è lacerante malinconia generata dal mito del “ritorno alle origini” il quale sempre indica, in ultima istanza, un impossibile regresso verso il corpo della madre, un incesto (umanamen­te) improponibile.
Vorrei inserire qui un piccolo contributo personale:

            Oriente scevra perla d’abbandono
            sciorinata alle valve del tuo verbo
            e vulva primigenia, sí, ove palpita
            allignando tra le schiume un germoglio
                        di suadente vita, idolo di pene
            ed eco d’aboliti suoni, voglio
            sia la scintilla che tu ancóra covi
            illusa e desta in questo piego inane
                        e mai reietta per incuria o tempo,
            poi che vale nell’or cosí caotico
            brusio e sempre eguale sprazzo di tua
                        suprema incontinenza non estingua
            in lingua dell’oblio a noi fatale
        e sigli un luogo d’eterna rinascenza.



2.

«In ogni mito delle origini, là dove si apre il mondo, la prima parola che risuona è che l’uomo è mortale. Anche Omero distingue tra gli zoa: i vi­venti, e i brotoi: i mortali. L’uomo non è incluso nel gruppo dei viventi che comprende tutti gli animali, non perché pensa, ma perché muore. Anche gli animali muoiono, ma solo l’uomo sa di morire. In questo sape­re sta la differenza che risuona dal primo giorno» (U.Galimberti). Cosí la consapevolezza della morte segna il luogo dell’origine, se è vero che tra flagranza della vita e incombenza della morte non c’è differenza alcuna. «Io fu’ già quel che voi sete, e quel ch’i son voi anco’ sarete», sta scritto sotto la figura della morte nella Trinità di Masaccio.
Che la morte abbia a che fare con l’origine non lo dicono solo — nel­l’iperbole di una letteralizzazione ingenua — le infinite escatologie che il pensiero umano ha elaborato (nel disegno piú raffinato del ritorno circo­lare o in quello elementare in quanto lineare, ma biunivoco, della ricon­giunzione). Lo dice, con tutta l’evidenza del suo sovrano clamore, la natu­ra stessa dell’erotismo: che è senza dubbio «conferma della vita fin den­tro la morte», come vuole G.Bataille, ma forse (e ancor piú) conferma della morte fin dentro la vita. L’erotismo — negazione dell’atto sessuale riproduttivo — ribadisce la continuità là dove essa, se si presta fede alle apparenze, sembrerebbe abolita. Cosí è la morte, in quanto implicita tra­sgressione del vivente e del perpetuo tramando, in quanto pura utopia nel seno di una natura in incessante rigenerazione, è la morte come atto simbolico e assoluto, che la pulsione erotica cerca di raggiungere, attra­endo chi ne è posseduto nel suo luogo misterioso, in un luogo prossimo a quello che la morte, come verità ultima ma inesperibile, presidia: luogo della perdita dei sensi e della caduta del senso, del cedimento e della ver­tigine, dell’esperienza panica (dionisiaca) come fuoriuscita dall’io, luogo sempre adombrato e quasi allegorizzato dall’emozione irrapresentabile dell’orgasmo.
«La morte — ha scritto C.Caudwell — definisce l’amore», giacché «l’a­more, che ci ha dato l’individualità, ci ha dato anche la morte, la negazio­ne della personalità». L’origine è forse, in questo particolare senso, la condizione della cellula elementare e non ancóra sessuata, quel medesi­mo status per il quale solo la morte dell’individuo originario (cellula ma­dre che si scinde in due) garantisce la sopravvivenza della specie. Ma a questo punto le carte si mescolano, poiché morte e immortalità coincido­no, e anzi: è la morte stessa — di un “individuo” che nulla può davvero esibire per ritenersi tale — a divenire il luogo, il sigillo, della sua immor­talità, dato che parte di lui pur (soprav)vive in una delle metà e parte nel­l’altra... Cosí, ne deduce Caudwell, «l’aspirazione all’immortalità, pur cosí umana e comprensibile, è un’aspirazione al regresso, a un ritorno verso l’essere inconscio e primitivo, a uno sbarazzarsi delle gravi responsabilità della coscienza, dell’amore, e dell’individualità. [...] Le uniche concezioni d’immortalità che ci sembrano ragionevoli, seppure impossibili, sono quelle dei Buddisti e degli Indú che la vedono come un immergersi nel­l’assoluto, nel Nirvana, come un sonno primordiale o un non-essere». Ma è evidente appunto che una simile immortalità, sempre retroiettata verso un’origine da riconquistare, coincide di nuovo (e non meno pienamente) con la morte, ovvero con l’annullamento di quella vita che, tuttavia, la morte genera.
L’origine si istituisce a partire dalla morte — fosse pure la “piccola morte” dell’orgasmo, la “piccola morte” di ogni atto di rinascita — esatta­mente come il solo sentimento che possiamo avere (e la sola parola che possiamo dire) di essa. Poiché, nella sua qualità risolutamente mitica, essa si comporta come il mito: è contemporanea di ogni tempo. «I miti non sono intemporali, sono contemporanei di tutti i tempi. [...] Diceva Pavese che le cose non si vedono mai la prima volta. Il tempo del mito è la se­conda volta. La prima volta, se mai fosse possibile stabilirla, appartiene all’indifferenza del tempo. Ed è ex post che si costituisce l’originario. Un gesto non è mai di per sé significativo: ha da divenire significativo. E allo stesso modo l’origine ha sempre da divenire origine» (G.Guglielmi). Essa non conosce né il prima né il dopo, ma è solo in rapporto a un dopo (un dopo che la “riduce” a condizione perduta, presente in ciò a cui si appli­ca e non di meno irrecuperabile a quel ciò medesimo) che può esser det­ta origine. Il che poi significa che vi è solo il lutto dell’origine, mai la sua celebrazione!
Quando si afferma che l’origine è innestata sulla morte che la istituisce, che alla morte è legata da un vincolo per cosí dire ontologico, e che dun­que l’origine è nient’altro che il lutto dell’origine, non si fa che ribadire l’inesistenza, l’inconsistenza, l’implausibilità dell’origine in sé. Lo stesso motivo ci dice non vi può essere propriamente origine nell’origine (e per l’origine), cosí come non vi può essere mito all’interno del mito. Si apre qui la piú terribile delle contraddizioni: «L’origine è sempre tardiva, per­ché presuppone [...] la consapevolezza di un allontanamento» (A.Tagliafer­ri). Che è consapevolezza della morte. «Per questo l’inizio non è l’origi­ne. Il simbolico è l’inizio ma non l’origine. L’origine è frutto di un ripie­gamento, che determina il fantasma della perdita [...]. E la parola origine appartiene all’ordine del paradosso» (Idem).
Già, ma anche distinguere l’inizio dall’origine determina l’arrotolarsi di quel viluppo che si finge di voler dipanare! L’origine prevede forse la consapevolezza (o addirittura la razionalizzazione) laddove l’inizio-sim­bolico è, invece, un dato di fatto? Ma se lo è, di che tipo è? Di tipo stori­co? Non sarà arduo eccepire che dove c’è storia non può esserci inizio: poiché ancóra una volta il simbolico (l’inizio) si dà — esattamente come l’origine — solo in quanto fuga dalla propria definizione. L’inizio sog­giace alla figura del lutto, al fantasma della perdita, né piú né meno che l’origine (a meno di voler giocare con le parole). La perdita è fantasmatica proprio nel senso che qualsiasi discorso che tenti di descriverla non po­trà che esserle, per definizione, successivo. Essa è infatti allucinata dal di­scorso che la rappresenta, il quale non può, pena la propria caduta, esibi­re alcuna memoria dell’oggetto che gli compete, vale a dire di ciò che la perdita ha perduto. E ciò che la perdita ha perduto è sempre e solo l’illu­sione di un possesso precedente. Il quale, tuttavia, se le è precedente, non la precede in senso temporale, ma piú drasticamente in senso onto­logico.



3.

Affinché qualcosa vada perduto, occorre che prima sia stato posseduto. Ma qui ci muoviamo in un campo — quello del simbolico — dove prima e dopo non significano pressoché nulla e dove tutto è confuso in una unità che non ammette separazioni [συν-βάλλειν = gettare insieme]. La perdita e il possesso viaggiano fianco a fianco, in due universi distinti ma paralleli, che solo la lettura ex post finisce per intendere come successi­vi. Allorché si volge, violando un precetto divino, Orfeo fugge dal simbo­lico e prende coscienza della perdita. Violando il precetto divino, egli esce da quella condizione mitica in cui Euridice poteva ancóra essere posseduta. Il suo sguardo, conquista dell’umano è, di conseguenza, ri­nuncia a un’illusione. In quello sguardo Orfeo si perde, poiché ciò che quello sguardo gli perde è soltanto il suo arcaico [ar/ur/or] essere in un gioco [in-ludo], cioè nel mito. «Scrivere incomincia con lo sguardo di Orfeo, [ma esso] è il solo momento in cui l’opera si perde completamente [...]. L’opera è tutto per Orfeo, eccetto quello sguardo desiderato in cui essa si perde» (M.Blanchot).
L’Orfeo originario — μῦθος senza λόγος, eterno presente senza pas­sato e senza futuro, senza storia, senza avventura — è l’incarnazione della poesia come puro in-cantamento, μέλος privo di discorso. Essa è incanto degli dei e degli animali, ma non potrà mai essere «persuasione dell’uma­no» (S.Lo Bue). Lo sguardo che, in una seconda fase (mito)logica, Orfeo acquisisce è l’inizio della scrittura (della storia), la sua genesi dalle tene­bre del mito, poiché con quello sguardo Orfeo rinuncia alla condizione precedente di puro poeta melico ed entra nella sfera (drammatica) del λόγος. Non a caso è solo in questa seconda e piú tarda versione della fabula che egli muore di morte atroce, per mano divina, dato in pasto a quelle belve di cui prima era felice ammaliatore. Lo sguardo è conoscen­za, forse consapevolezza di un inganno antico. Orfeo si volge e perde Euridice. Il mito della reversibilità della morte è dissolto.
E cosí è l’origine. Ciò da cui non possiamo non essere definitivamente separati non appena ci volgiamo a guardare...
Perdere (perdersi) è il problema affrontato dalla discesa di Orfeo agli Inferi. La perdita da lui subíta è per antonomasia quella dell’origine: è la morte rappresentata dalla vita post-originaria (come ci suggerisce Caud­well). L’altro grande mito dell’origine — che ugualmente coniuga in una sola rappresentazione l’amore, la perdita e la morte — è l’avventura di Teseo nel Labirinto. Che il labirinto sia prima di tutto un “luogo mentale” lo testimonia la sua stessa somiglianza con le spire del cervello. «Il dedalo vivente si trova nel cervello degli uomini. [...] Esso è il terribile labirinto dello spazio e del tempo» (A.Gerosa). Ma perdersi nel labirinto, come è noto, significa immancabilmente raggiungerne il centro: forse raggiunge­re l’origine senza potervisi piú sottrarre, e rimanere imprigionati in lei come nella morte che vi si apre. Là, in quel recesso, amore e morte sono una sola cosa, perché la morte vi è il frutto di un ἕρως proiettato al cul­mine della propria potenza. Il Labirinto è il luogo dove il luogo si compli­ca fino a collassare nella sua ricca illocalità, e dove il tempo — rivelando­si parametro soggettivo e definitivamente illusorio — viene sospeso in una contemporaneità assoluta: quella che pone l’origine e il domani piú distante nello stesso tempo-luogo.
[Nel sogno del labirinto una successione di stanze, sempre piú buie, sempre piú profonde, si materializza man mano che si procede. In quelle stanze è interdetta la sosta e la via del ritorno, e le porte via via aperte e richiuse sono dapprima il fiato mozzato, il groppo che impedisce il respi­ro, poi il sollievo provvisorio del varco superato. Non è possibile dire se il sogno si concluda con l’incontro temuto... Il risveglio arriva puntuale, impedendo di stabilire certezze; o forse dovrei dire che ogni volta si per­dono i sensi (il sogno e la vita reale sono dimensioni psichiche recipro­che e reciprocamente escludentisi, uscire dall’una per entrare nell’altra è sempre un “perdere i sensi”). Ma è probabile che l’incontro abbietto sia proprio e nient’altro che questo svenimento, questa impossibilità di sa­pere. Il mostro è l’inconoscibilità dell’edificio, la sua agnosi strutturale, l’assenza della sua pianta razionale].
Il labirinto è lo spazio dell’uomo reso acefalo, orbato dei puntelli che gli permettono il dominio conoscitivo del mondo. Esso decapita il suo vi­sitatore, lo riduce alla condizione di minotauro. «L’uomo è sfuggito alla sua testa come il condannato alla prigione. Ha trovato al di là di se stesso non Dio che è la proibizione del crimine, ma un essere che ignora la proibizione. Al di là di ciò che io sono, incontro un essere che mi fa ridere perché è senza testa, che mi riempie d’angoscia perché è fatto di innocenza e di crimine: tiene un’arma di ferro nella mano sinistra, delle fiamme simili a un sacro cuore nella destra. Riunisce nella stessa eruzio­ne la Nascita e la Morte. Non è un uomo. Non è neppure un dio. Non è me, ma è piú di me: il suo ventre è il dedalo nel quale lui stesso si è per­duto, mi perdo con lui e nel quale io mi ritrovo essendo lui, cioè mostro» (G.Bataille).
La memoria sinistra e decisamente occulta (per non dire immemora­bile) del labirinto sembra riflettersi in ogni gesto o gioco (linguistico?) che ponga in gioco la sfida del tempo, non già come successione necessa­ria di fatti, ma come capriccioso spostamento dei pezzi di una scacchiera o come lancio di dadi sempre rinnovato. Essa, la memoria del labirinto, proietta la propria ombra insidiosa sulla piú remota “testimonianza del­l’origine” di cui la memoria (umana) disponga, il frammento di Eraclito in cui è detto:

αἰὼν παῖς ἐστι παίζων, πεσσεύων· παιδὸς ἡ βαιληίη.

«L’evo è un fanciullo che gioca e muove i pezzi del gioco: regno di fan­ciullo». Il dominio di Dioniso (fanciullo) allude confusamente allo stato originario, che nella sua indicibile complessità si può forse designare so­lo cosí: «regno di fanciullo».


                                                                                           
[giugno-luglio 2001]